Disconnessioni in Ostello

Ciao a Tutti, sono Andrea (Peanuts) – quello che altrove viene definito “più o meno Nerd a seconda dei giorni” – nella Carovana mi occupo soprattutto di video e fotografia. Eccovi alcune righe che ho scritto durante un “presidio”, ovvero quando uno di noi rimane solo in Ostello, a fare “da guardia” a carri carrozze cavalli strumenti e non solo.  Tra poche ore un nuovo video! A presto.

E giunse il giorno della rivolta.

I primi segnali si erano visti almeno due giorni fa: la chiavetta, maledetta chiavetta-internet, iniziava a cedere, sempre più, e presto divenne un nero oggetto rettangolare con tanto di lucina colorata inadatto a qualsiasi scopo utile per la Carovana. Un piccolo arnese che occupa uno spazio fisico minimo ma che impegna non poco le menti di chi lo brama, lo desidera, lo vuole, per almeno un’ora di connessione, un’ora di rete informatica virtuale che sempre più al giorno d’oggi sembra essere equivalente all’ora d’aria di chi sta dietro le sbarre, una sorta di ora di libertà. Ma quale ora? Qui all’Ostello del Po sono sufficienti anche pochi minuti per controllare la mail: la possibilità di ricevere e inviare qualche messaggio più o meno personale o professionale può distendere gli animi, rendere meno irrequieti e ricordare a sé stessi e agli altri che c’è un altro mondo al di fuori della Carovana Balacaval in furiosa preparazione. Ma vallo a dire alla chiavetta di Peyre e Manuela prima, e a quella di Claire, dopo. Tre giorni, ed ecco che l’ostello del Po ed i loro inquilini sono assenti dalle reti virtuali, certo esistono i cellulari, ma quelli, si sa, hanno all’interno un piccolo portafoglio e non sempre vi si può accedere, non è una connessione libera e gratuita, la comunicazione in questo caso costa, e si fa sentire. Così qualche misterioso guaio tecnico (informatico o legato agli abbonamenti) ha immobilizzato le chiavette e isolato la Carovana. Ma era solo l’inizio. Una mattina ci siamo alzati e un sibilo costante e sottile riempiva le mura, rimbalzava, svaniva, poi tornava. Silenzio per qualche istante, poi nuovamente un suono continuo e prolungato. Il canto di qualche delfino? Corteggiamento di balene in corso? Niente di tutto ciò, nessuno di noi era stato ancora dotato di un orecchio sensibile alle frequenze più misteriose e meno umane. Ma tutti noi sapevamo che la fonte del disagio all’udito non poteva che provenire dall’allarme, scatoletta rossa a due metri d’altezza, più scomoda di così non si può, inaccessibile ai più, ma non a Manuela, che intrepida saliva e scendeva dalla scala per disattivarlo, reimpostarlo, attivarlo, ancora disattivarlo, inutilmente. Era dotato di vita propria, l’allarme, era in rivolta, l’ostello si ribellava e noi inquilini neanche conoscevamo le cause di tanto clamore, di questo inaudito e inaspettato attivismo. Qualcuno aveva fumato dentro? Macchè, il trio tabagista Peyre-Stefano-Betta è stato sempre ligio al dovere: i loro polmoni si incatramano sempre all’aria aperta, sul marciapiede vicino all’ingresso della cucina. E allora cos’è successo? Nessuna spiegazione logica, per me e Manuela che iniziamo ad aggirarci per la casa aprendo e chiudendo le finestre sospettando che ci siano fumi qua e là. Nessuna spiegazione logica, qui dobbiamo fare i conti con qualche presenza invisibile. Iniziamo a ridere, cosa fare altrimenti? I corridoi e le sale dell’ostello sembrano quelli dell’Overlook Hotel di Shining di Kubrick. La videocamera registra l’inquietudine, ecco quindi Manuela che preme tasti preoccupata, ma nulla da fare, l’invisibile non si registra con la videocamera, al massimo si può evocare. Ad un certo punto la scoperta: siamo senza elettricità, ecco perchè l’allarme si è attivato. Nessuna luce elettrica, nessuna corrente per i nostri computer così ansiosi di operare tra immagini e pianificazioni del percorso della Carovana. Senza luce non c’è acqua, questa dipende da una pompa rumorosissima che si attiva ogni volta che si apre un rubinetto. Tagliati fuori dalla civiltà, verrebbe da dire, se questo non fosse antropologicamente scorretto (non è una civiltà una cultura che vive senza i Volt e gli Ampere?, chiederebbe qualche antropologo culturale). Ma esistono i cellulari, e qui non siamo in Siberia inoltrata, qua c’è campo. Manuela chiama Bruno, addetto alla manutenzione. Nel frattempo è arrivata una moltitudine di bambini (quanti saranno? Sembrano centinaia di piccole formiche divertite in mezzo all’erba con curiosi cappellini gialli), la corrente serve anche a loro, così Bruno arriva con una sua spalla qualche ora dopo, accende un generatore, e “Luce fu”: così come nella Genesi l’oscurità non prevale, anche perchè qui non siamo all’inizio del mondo, ma vicino a Saluzzo, è pomeriggio e il sole di aprile è bello tosto. Mettiamo da parte Shining e le teorie sull’invisibile, tutto ha avuto origine da un materialissimo danno a dei cavi ad alta tensione non lontano da qua che l’Enel nel giro di qualche ora ha promesso di risolvere. La Carovana non si ferma di certo per una sciocchezza del genere. Le rivolte dell’ostello si contengono, con razionalità. Rimane l’incognita sul web ma si sa che si può farne anche a meno. Rischiando di essere anacronistici. Ma questo non è solo un rischio. La Carovana Balacaval non è anacronistica, ma figlia di questi tempi, e se di questi tempi la dipendenza dal web è una realtà, allora questa è una realtà che ci tocca. Non ci sono solo carrozze e cavalli. Infatti tu hai appena finito di leggermi.

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